di Enza Balzano.
Quella sensazione che qualcosa non torni, anche quando sulla carta va tutto bene. Quella che zittisci con un «non posso lamentarmi».
Io l’ho sentita da sempre.
Non so spiegarti bene né come né perché, ma quella voce l’ho sempre sentita. Darle spazio nelle mie scelte, però, è stato un altro passo. Quell’insoddisfazione profonda non mi lasciava in pace: non riuscivo a far finta di niente.
Intorno a me sentivo dire: «Hai uno stipendio fisso, dove lo trovi qualcun altro che te lo dà? Cosa c’è che non va? Mandi ancora curriculum in giro?». Seguivano risatine di scherno.
A volte le sento ancora: mi risuonano nelle orecchie come un acufene fastidioso.
Dal punto di vista della sicurezza economica, sembrava che non mancasse niente. In profondità, però, sentivo che una parte di me non trovava spazio. Come un seme che aveva bisogno delle condizioni giuste per crescere.
Col tempo ho capito che potevo essere grata per ciò che avevo e accogliere, allo stesso tempo, ciò che mi mancava. Avevo bisogno di esprimermi, di sentirmi parte della vita che stavo vivendo, di riconoscermi nelle mie scelte.
Ascoltarmi non mi ha dato subito una soluzione, ma ha innescato la ricerca. Mi ha permesso, prima di tutto, di smettere di liquidare quella sensazione come qualcosa da reprimere. Il cambiamento è cominciato lì, prima ancora di sapere quale strada avrei preso.
Nel 2009 decisi che mi sarei mossa in modo definitivo per cambiare la mia vita. E quello che cercavo, dopo l’ascolto, era il contatto: con altre parti di me, con gli altri.
Sentivo che potevo fare qualcosa di diverso, esprimermi più pienamente, realizzarmi. In passato ne avevo fatti di corsi, mossa da questo mio cercare, ma nessuno mi aveva portata dove desideravo. O forse non avevo ancora maturato la determinazione necessaria.
Quell’anno fu diverso.
Dopo una meticolosa ricerca, decisi di iscrivermi alla Scuola di Shiatsu I.R.T.E. Fin dal primo incontro mi sentii «a casa»: sentivo che quella era la strada giusta e che avrei potuto farne la mia professione.
Lì ho trovato qualcosa di diverso, che non avevo trovato in nessuna esperienza precedente: strumenti. Strumenti di conoscenza di me stessa, di ascolto, di contatto. Strumenti per comprendere meglio la vita, l’energia, le persone.
Il paradigma delle medicine classiche cinesi mi ha aperto un mondo vastissimo. Avevo la sensazione che non sarebbe bastata una vita intera per esplorarlo. Un po’ come immagino accada a un fisico che studia l’universo: più conosce, più si aprono domande e possibilità di ricerca.
Per me significava passare da un ufficio chiuso, in cui non trovavo più stimoli, a uno spazio infinito. Ogni individuo era un mondo a sé, di cui avrei potuto conoscere un pezzettino. Una persona da accompagnare e sostenere attraverso lo shiatsu. E ogni incontro, ogni pressione shiatsu, diventava anche un’occasione per conoscere qualcosa di me: cosa percepivo, come reagivo.
Non avevo trovato tutte le risposte. Anzi, a ogni lezione la curiosità e l’entusiasmo aumentavano. Ma avevo imparato a seguire la domanda.
Nel 2012, concluso il triennio di formazione e divenuta operatrice shiatsu, potei lasciare l’ufficio che non mi soddisfaceva e dedicarmi totalmente alla mia nuova professione.
Oggi accompagno le persone proprio lì: nel punto in cui il corpo dice «qui c’è qualcosa» e noi alziamo il volume della vita per non sentirlo. A volte è difficile fermarci: ciò che potremmo sentire ci spaventa, oppure non sappiamo ancora come accoglierlo.
Proprio perché non sempre sappiamo dare un nome a ciò che sentiamo, possiamo cominciare concedendogli un po’ di attenzione. Per qualcuno sarà l’inizio di un cambiamento; per qualcun altro, un momento in cui riconoscere un bisogno che finora aveva trascurato.
Un esercizio di tre minuti, per stasera
Siediti in una posizione comoda e silenzia il telefono.
Appoggia una mano sull’addome, con il palmo a contatto con la zona dell’ombelico, e l’altra sul petto.
Lascia che il respiro trovi il suo ritmo. Osserva il movimento sotto le mani.
Non devi fare altro.
Sii semplicemente presente.
Percepisci il tuo respiro, l’aria che entra e che esce, il contatto delle mani.
Ascolta le sensazioni, senza cercare di modificarle, risolverle o giudicarle.
Resta lì per tre minuti. Non devi per forza trovare qualcosa. Soltanto concederti questo tempo, in connessione, in ascolto.
Nel 2009 non sapevo tutto quello che sarebbe venuto dopo. Sapevo che quella domanda continuava a tornare e che volevo seguirla.
Ancora oggi continuo ad ascoltare quella voce dentro di me. Ho strumenti per comprenderla, anche quando non ho subito una risposta. E l’ascolto comincia sempre così: fermarmi e accorgermi di ciò che c’è.
